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Sequestrati!: se siete tra gli sfortunati che sono rimasti 3 ore in treno sulla milano-genova qualche giorno fa vi prego di farvi sentire e raccontare la vostra esperienza. Cercasi pendolari "militanti" per questo blog, mi raccomando! Sciopero: lo sciopero di gennaio si è concluo oggi, con che esito? aspettiamo notizie.

sabato, aprile 09, 2005

 è in edicola

GIUDIZIO UNIVERSALE

il primo mensile che recensisce tutto: da Ciampi alla metropolitana di Napoli, da Ciajkovskij alla catena Muji, dalle leggi ai cinema a luci rosse, dai videoregistratori a Emma Dante...

(I pendolari, magari, tra un paio di mesi...)

www.giudiziouniversale.it

 

posted by sssssilvia | 12:10 | permalink | commenti (3)

mercoledì, giugno 23, 2004

[ Io domani sera [mercoledì alle 22] suono con il mio progetto di elettronica rumorosa e sonnolenta NEUse alla madeleine...se siete di genova venite perchè sono molto orgolgioso del risultato... ]

posted by doityourself | 00:52 | permalink | commenti (1)

domenica, maggio 16, 2004

Mentre leggo, sulla "La Repubblica" di oggi, il resoconto del MIO venerdì nero sui treni, ricevo sul celly i seguenti messaggi:

"Il mio treno è fermo in aperta campagna perchè la linea è bloccata da un altro treno guasto. Portami qui dei sandwich martedì..."

"Novità: il mio treno spinge quello precedente fino alla stazione vicina. Ma siamo in Colombia?!"

"Pazzesco. Ad andamento lumaca stiamo spingendo tonnellate di ferro, persone e lamiere davanti a noi! Scrivo anch'io su Pendolari..."

"Ora i soppravvissuti del primo treno prendono d'assalto il nostro, come un'astronavedi soccorso, abbandonando il loro treno malato al destino di vascello fantasma!"

E mi rodo d'invidia perchè questa, a me, non era ancora capitata...

posted by sssssilvia | 22:01 | permalink | commenti (6)

domenica, maggio 02, 2004

Molto simpatica la signora che ho incontrato lo scorso venerdì sul treno delle 19.10.

 

In un venerdì sera prefestivo l’impresa di trovare un posto libero risulta più ardua del solito, e quando ho visto l’ammassarsi di corpi e bagagli nei corridoi delle carrozze di seconda classe mi sono rassegnata a stazionare in piedi nei pressi di una toilette di prima classe. Speravo che il controllore sarebbe passato entro breve, e fantasticavo di potermi sedere su di una comoda e vellutata poltrona di prima classe non appena il mio biglietto fosse stato controllato. Ma Mister Controller evidentemente aveva altro a cui badare, ed è passato a visionare il mio abbonamentino soltanto dopo Tortona. Fino ad allora, scrupolosissima nonostante la febbre ed il mal di gola che mi stavano devastando, sono rimasta standing nel preciso punto in cui ero salita.

 

A controllore scomparso mi sono spaparanzata sul rosso tessuto di un ampio scomparto per ricchi, dove a Milano si era accomodata la già citata simpatica signora.

 

Il suo volto non mi era nuovo, sapevo fosse una pendolare ma non le avevo mai parlato. Mi ha stupita: qualsiasi disagio ferroviario citato nel corso della nostra conversazione lei è riuscita a considerarlo con distacco ed ironia; la rassegnazione per disguidi e ritardi in lei non si approssimava alla disperazione tipica del pendolare ma alla forza di una illimitata pazienza. Mi è sembrata essere una di quelle rare persone profondamente positive, quelle che difficilmente si lasciano abbattere dalla routine quotidiana e dai problemi che essa porta con sé, quelle che vanno avanti nonostante tutto e che, nonostante tutto, mai perdono di vista i loro obiettivi.

 

La signora indossava tre stupendi ciondoli di argento smaltato. Se mi sforzassi credo riuscirei a ricordare i soggetti di tutti e tre, ma sono pigra e ne ricordo soltanto uno: un grande sole rosso. Avrei voluto dirle che quei ciondoloni mi piacevano molto, ma in pochi istanti già eravamo giunte a Genova.

 

Spero di rincontrarla.

posted by sssssilvia | 17:10 | permalink | commenti (4)

martedì, aprile 27, 2004

Fare la pendolare non era affatto male, ma alzarsi ogni giorno alle 5 iniziava ad essere insostenibile: la mia vita social-mondana aveva raggiunto i minimi storici, il tempo dedicato allo studio si stava progressivamente riducendo e il mio didietro aveva ormai assunto la forma di una poltroncina.

Un mese fa, la svolta.

Dopo estenuanti ricerche ho trovato una casetta a Milano, un bilocalino nei pressi della linea rossa della metropolitana che ha ridotto il tempo totale dei miei spostamenti casa-università-casa da 6 ore a 30 minuti giornalieri. Ho nuovamente una vita social-mondana; ho ripreso a frequentare i teatri di cui negli ultimi due anni e mezzo avevo dimenticato l'esistenza; non prendo più gli appunti in modo meccanico ma seguo le lezioni con inaspettata participazione e, addirittura, ricordo quello che i prof spiegano; la circolazione delle mie gambe è migliorata; studio a velocità record; dormo.

MA HO DUE COINQUILINE. Ecccerto, c'è sempre qualcosa di cui io mi possa lamentare. Due donne paranoiche e isteriche dividono il bilocalino con la sottoscritta.

Donne. Paranoiche. Isteriche.

Due giuriste teledipendenti.

Due carampane post-adolescenti prive di alcuno spirito critico.

Starò con loro fino a luglio, come accordato. Poi mi dileguerò senza lasciare traccia. Quando ho scelto di subaffittare la loro casetta non potevo immaginere sarei stata sottoposta a tutte le insostenibili torture che mi hanno portata a dar vita a questo bloggino rosa.

(Ma non crediate di esservi liberati di me, in treno viaggio ancora e ho molto da narrare...).

posted by sssssilvia | 12:07 | permalink | commenti (3)

domenica, aprile 25, 2004

Cartelli blu con scritte bianche.
Quanti ne abbiamo visti viaggiando in treno? Innumerevoli.
Cartelli, piccoli e sempre posizionati scomodamente.
Cartelli che cerchi di afferrare con lo sguardo mentre il treno già ti sta portando oltre. Credi di essere appena passato per Modena, ma la prima volta non puoi esserne certo. Il treno sfreccia e quelle macchie blu sfocate che appaiono per qualche millisecondo non ti sono di nessun aiuto.

Quando invece vedi distintamente il nome della stazione, il nome della città, spesso non significa null'altro che qualche chilometro conquistato nel tuo viaggio.
Altre volte ti assalgono tutti i pensieri che quella stazione riporta alla luce. Attraversi la città e la città ti attraversa, ricordandoti la sua presenza, in una scarica di interrogativi.
Ma non è una fermata, solo un cartello blu che veloce esce dal campo visivo.






posted by Gwynplaine | 00:44 | permalink | commenti (2)

venerdì, aprile 16, 2004

Questo weekend NIENTE treno... evvaiiiiiiiiiiiiiiiiii! Beh, ogni tanto ci vuole... o mi viene il sedere a forma di poltrona di 2a classe! Ciao a Tutti!

posted by kibiusa | 17:44 | permalink | commenti

venerdì, aprile 09, 2004

Alice from Voghera mi ha segnalato, portato e concesso di fotocopiare un articolo del “Focus” dello scorso gennaio intitolato “TIPI DA TRENO”. I pendolari sono diventati oggetto di studi sul comportamento, qualcuno li ha analizzati, li ha spiati da vicino…

 

Riporto qui l’articolo, in neretto, inframmezzato dai miei commentini…

 

C’è chi dorme, chi ne approfitta per lavorare al computer, chi racconta ai vicini la storia della sua famiglia, chi parla al telefonino, chi si corteggia, persino chi organizza feste di compleanno. Tutto viaggiando da una città all’altra. Il treno è il mezzo di trasporto dove è più facile socializzare, seduti per ore accanto ad altre persone. Dove nascono amicizie tra i viaggiatori. Dove si passa il tempo facendo le cose più diverse: leggere il giornale, mangiare, giocare a carte…

 

Lo sanno bene i molti italiani, 1,3 milioni al giorno, che viaggiano sui treni regionali e interregionali. E i 70 milioni di viaggiatori all’anno che salgono su treni a media e lunga percorrenza. Proprio sul “popolo del treno” il regista Nanni Loy costruì nel 1977 la trasmissione “Viaggio in seconda classe”, entrata nella storia della tv. In un vagone attrezzato con telecamere e microfoni nascosti, con diversi travestimenti (ex galeotto, sacerdote…), Loy coinvolgeva i viaggiatori, raccogliendone conversazioni e confidenze.

 

Programma interessante, in effetti. Un po’ candid camera, un po’ reality sciò, quasi lo si potremmo rispolverare e reinserire negli odierni tediosi palinsesti…

 

Fare conoscenza, chiacchierare, partecipare ai discorsi sono infatti alcuni dei tipici “comportamenti da vagone”: una mini-comunità in uno spazio ristretto, dove si entra comunque in relazione con gli altri. Già al momento della scelta del posto (quando è possibile) facciamo una istantanea “scansione” degli scompartimenti e delle persone. Valutiamo con uno sguardo i possibili compagni di viaggio.

 

La mia scansione sugli intercity a scomparti è basata su di una sofisticatissima tecnica. Poiché mi sembrerebbe poco carino indugiare su ogni porta per valutare i passeggeri già seduti e poi allontanarmi con una smorfia di disgusto sulle labbra nel caso non fossero di mio gradimento, cammino lentamente nel corridoio: la prima occhiata va alle persone sedute che posso vedere in volto, la seconda va allo specchio sulle loro teste in cui si riflettono i visi dei viaggiatori che potrei scorgere soltanto girandomi. Acuta, Trenitalia, ad aver inserito quegli specchi!

 

«Consideriamo l’aspetto fisico e il modo di vestire: abbiamo la necessità di valutare, in un attimo, gli sconosciuti con cui dobbiamo stare in uno spazio ristretto. Con le persone di aspetto “gradevole” l’interazione è più facile» spiega Marco Pacori, psicologo esperto di comunicazione non verbale. Gli psicologi inglesi Houston e Bull hanno studiato questo giudizio istantaneo, basato sull’aspetto fisico: hanno mandato sui treni la stessa persona, con finte voglie o cicatrici in viso o con il suo aspetto normale, e hanno esaminato la frequenza con cui i posti accanto venivano occupati: Quando la persona presentava difetti fisici, i sedili vicini restano vuoti più spesso.

 

La gradevolezza dell’aspetto fisico mi pare un dato molto soggettivo, e forse non è uno dei parametri a cui ricorro nella scelta dello scomparto. Seleziono in base all’età, piuttosto; evito uomini e donne ostentatamente in carriera; fuggo da chi tiene i piedi scalzi sul sedile; da chi mangia perché mi pare di metterlo in imbarazzo; scelgo chi legge e ascolta musica; chi non parla al cellulare; prediligo le facce nuove. La presenza di voglie o cicatrici non mi ha mai turbata.

 

Naturalmente anche lo spazio conta. «Quando si sale su una carrozza a scompartimenti, si ignora il primo: viene vissuto come troppo esposto. Si cerca una nicchia protetta in un ambiente nuovo» spiega Pacori. «Si trascurano anche i posti agli estremi della carrozza unica».

 

Caro Signor Pacori, lei sbaglia! La sottoscritta adora i primi scompartimenti di ogni carrozza, e per ben due ottime ragioni:

- sono vicinissime alle porte, e consento una rapida discesa in caso di addormentamento e/o rischio di perdita imminente coincidenza;

- da lì è più semplice cambiare carrozza in caso di coabitanti fastidiosi.

 

La ricerca del posto inizia con una valutazione rapidissima di vagoni e scompartimenti, per decidere se entrare o no. «La tendenza è cercare un posto il più possibile isolato, l’ideale è uno scompartimento vuoto» spiega Franco Amore, psicologo della Direzione Sanità di RFI (la società dell’infrastruttura del gruppo Ferrovie dello Stato). «In un ambiente non familiare, si preferisce mantenere la distanza dagli altri». Altri fattori vengono valutati in un istante, anche se non a livello cosciente. «Per esempio, se qualcuno dei viaggiatori già nello scompartimento è in piedi “occupa” lo spazio. Ci si sente maggiormente a proprio agio entrando dove tutti sono seduti» dice Pacori.

 

Condivido l’osservazione sulla preferenza per il posto isolato. Ma non posso fare a meno di chiedermi: a che cavolo serve uno psicologo a RFI?? Giustificabile è la presenza di esperti del comportamento all’interno di aziende ‘vere’, aziende che lottino su di un impervio terreno concorrenziale… Ma a Trenitalia cosa serve? È come il “Grazie per la preferenza accordata”, una inutile presa in giro, perché se anche questo psicologo sapesse cosa ai viaggiatori garba e che cosa li disturba non credo potrebbe influenzare più di tanto le decisioni e gli arredi e le strutture della squattrinata Trenitalia, la quale credo se ne strasbatterebbe pure in quanto detentrice di un monopolio.

 

Per quanto riguarda invece la percezione dei viaggiatori in piedi come ‘barriera’, Mister Amore tira in ballo la psiche senza rendersi conto che la motivazione che spinge me (e forse anche altri) ad evitar gli scomparti in cui ci sono persone che sistemano i bagagli in piedi è ben più pragmatica: se salgo seguita dalla folla, e indosso uno zainone, e la folla è sgomitante e avida di un posto, e lo spazio interno allo scomparto è occupato, e io per quel posto dovrei attendere sulla soglia… RINUNCIO  perchè la folla scontrerebbe e insulterebbe il mio zaino, mi sentirei strattonata e braccata tra le porte dello scomparto, chi lì dentro è in piedi e la folla.

 

«Ma anche le persone che occupano i posti verso il corridoio sono percepite come una barriera: ci si sente più autorizzati a entrare dove non si deve “superare” nessuno. E ci sentiamo meno a disagio, entrando, se le persone non ci stanno guardando». “Frena” anche vedere borse messe da qualche passeggero sul sedile accanto al suo: bisogna comunque chiedere se il posto è occupato.

 

Tempo addietro lessi l’incipit di un romanzetto che suonava più o meno così:

 

Io sono una di quelle stronze che quando il treno è pieno occupa con la borsa il sedile accanto al suo, così chi vuole sedersi deve chiedermi il permesso.

 

E io sono una di quelle stronze che se vede che stai occupando un sedile con una borsettina 10x10, o con un libercolo, o con un giornaletto, ti chiede con sorriso zen “Scusami, è libero?”. E ti faccio spostare la borsetta.

 

Prendendo posto, si mette immediatamente qualcosa sul sedile: la giacca, una borsa. «È un modo per prendere possesso del territorio» dice Marco Pacori.

 

Supponiamo sia il 15 dicembre, faccia freddo e piova. Supponiamo io sia appena salita sul treno, e abbia zaino, cappotto, sciarpa, ombrello, guanti. Signor Pacori, dove crederebbe che appoggerei quella roba prima di prendere posto? Sul sedile, esatto, ma non per marcare il mio territorio. Perccchècccavolo bisogna fare i Freud a tutti i costi??

 

Il sedile diventa il proprio spazio personale. Tanto che il segno della presenza precedente di altri ci infastidisce. L’antropologo americano Edwad Hall, padre della prossemica (lo studio dell’uso che l’uomo fa dello spazio, stabilendo le distanze tra sé e gli altri), ha esaminato proprio il senso di disagio provato nel sedersi su un sedile caldo perché appena lasciato da un’altra persona. «Il calore residuo viene vissuto come una sorta di contaminazione, al punto che ci si può anche alzare per cambiare posto» spiega Pacori.

 

Non che io sia immune dalle paranoie, anzi, dispongo di una discreta quantità di fisime e fissazioni. Ma il disagio per il sedile tiepido di calor di chiappe altrui su di un mezzo pubblico penso non l’abbia provato neanche Woody Allen…

 

Nel tentativo di delimitare il proprio spazio c’è chi mette “barriere” sul sedile, tra sé e gli altri, per sentirsi al riparo: anche solo la bottiglia d’acqua o la borsa. E c’è chi addirittura esprime il desiderio di non volere intrusi chiudendo la porta.

 

Ecco lo scomparto che ancora non ho violato: quello con porta chiusa e tendina tirata. La prospettiva di sorprendervi una coppietta pomiciante inibisce pure la mia disperazione di fronte al sovraffollamento.

 

Quando si è tranquillamente seduti comincia al “vita da treno”. «Dopo la partenza ci si rilassa» spiega Franco Amore. «Prima infatti si è in uno stato d’allerta perché bisogna salire, trovare posto, sistemarsi Anche entrando nello scompartimento si dà un saluto frettoloso o non si saluta nemmeno: si è ancora in uno stato di imbarazzo di fronte a persone sconosciute».

 

A proposito di saluti…

 

A TUTTI I VIAGGIATORI: quando alle 8.05 del mattino io m’accorgo d’esser in prossimità di Rogoredo, mi sistemo la mollettina tra i capelli, mi infilo la giacca, estraggo l’abbonamento della metro, metto lo zaino in spalla, esco dallo scomparto e educatamente vi auguro una buona giornata… POTRESTE CORTESEMENTE BOFONCHIARMI UN “CIAO” A DENTI STRETTI VISTO CHE AVETE SQUADRATO CON SGUARDO INDISCRETO OGNI ISTANTE DELLA MIA VESTIZIONE?? Grazie.

 

Poi subentra il relax. Ci si prepara a trascorrere il tempo del viaggio. E si è pronti a fare conoscenza degli altri. Il primo segnale di disponibilità è lo scambio degli sguardi: dopo che ci si è esaminati a vicenda, scatta l’interazione. Chi ha voglia di attaccare discorso infatti si guarda attorno, è disponibile a socializzare. Chi non vuole contatti, invece, non incrocia lo sguardo degli altri: i suoi occhi si spostano senza soffermarsi sulle persone.

 

Questa dello sguardo è una gran balla: io sposto gli occhi senza soffermarmi sulle persone soltanto per non metterle in imbarazzo, e ciò non significa che io non sia ben disposta alla socializzazione!

 

Anche il tipo di vagone può essere influente. «Nello scompartimento, che è uno spazio raccolto, si interagisce più facilmente: si è parte di un piccolo gruppo. E si comincia a chiacchierare» dice Pacori. «I vagoni aperti invece sono spazi grandi, in cui si è parte di una folla: in questi casi scatta un comportamento di difesa, e si tende a ignorare gli altri».

 

Mah… Forse…

 

In treno, come conseguenza degli spazi limitati e del tempo da trascorrere, viene spontaneo “attaccare discorso” con sconosciuti. «Avere l’occasione di parlare con qualcuno può servire a condividere preoccupazioni legate al viaggio, o anche personali» dice Amore. «Il comportamento normale è passare da un’attività all’altra: si legge il giornale, si scambiano due parole, si guarda fuori…».

 

Uh, questo sì! Io sono particolarmente insofferente, cambio millemila attività in un’ora e mezza di viaggio…

 

Ci sono poi, tra i “tipi da treno”, alcuni casi particolari. «Come i “narratori”: sono capaci di raccontare insistentemente nei particolari la loro vita familiare, sentimentale o lavorativa. Sono persone che si trovano in situazioni emotivamente coinvolgenti: hanno bisogno di parlare e cercano inconsapevolmente l’approvazione degli altri», spiega Amore.

 

Se fossi nei narratori, io avrei un po’ paura. Esistono infatti attenti ascoltatori che captano e raccolgono e accidentalmente memorizzano tutti i dettagli di quanto di più privato viene narrato. Lo sapete, narratori, che con tutto quello che so di voi potrei persino ricattarvi? Hihihihi…

 

Al contrario dei “riservati”: «Si focalizzano sulla lettura, o sul guardare fuori dal finestrino. Il non volere interagire con gli altri può evidenziare, in modo inconsapevole, una rappresentazione negativa del prossimo, con cui non vogliono avere rapporti».

 

Altra balla. Anch’io frequentemente leggo, poi riposo lo sguardo allungandolo oltre il vetro del finestrino. Ma ciò non significa sia misantropa in misura superiore alla media.

 

E non mancano gli “invadenti”: «Parlano al telefonino a voce alta, allungano le gambe, piazzano zaini e borse incuranti di tutto: occupano insomma lo spazio altrui, anche acustico. È una sorta di sfida, per affermare la propria identità» chiarisce Amore.

Proprio l’uso del telefonino è una nuova fonte di disturbo sui treni, tanto che i viaggiatori vengono invitati a tenere la suoneria al minimo e a usare il cellulare senza tormentare i vicini. Ma il telefonino fa anche diminuire le chiacchierate da treno. «La necessità di interagire coi vicini di posto si riduce, perché chi ha voglia di parlare con qualcuno può chiamare una persona che conosce» afferma Pacori.

 

Mi soffermerei sull’invasione acustica: i conversatori telefonici sono una divertentissima fonte di fatti degli altri. Qualche mese fa un tizio (alto, incravattato, rasato e con gli occhiali dalla montatura di plastica trasparente) ha iniziato una telefonata appena salito, a Milano. L’interlocutrice era una genovese fanciulla conosciuta in una chat, che il tizio tentava di sedurre sfoderando il suo più rassicurante e sexy tono di voce. Purtroppo tale tono era anche il più alto, e esasperata dal tacchinamento telefonico a cui tutto il vagone aperto stava, suo malgrado, assistendo, una ragazza bionda seduta vicino a me s’è alzata di scatto nei pressi di Novi, ed è tornata trascinando con sé il capotreno che ha gentilmente chiesto al Casanova  interattivo di abbassare la voce. Sono poi sopraggiunte provvidenziali gallerie ad interrompere definitivamente il corteggiamento.

 

E naturalmente in treno si passa il tempo in molti modi: c’è chi legge libri e giornali, chi gioca a carte con gli amici, chi fa picnic viaggianti tirando fuori panini e bibite, chi lavora o gioca al computer, chi dorme… «Il comportamento di ognuno dipende dalla personalità, ma anche dalle motivazioni del viaggio e dall’ambiente» chiarisce Amore. «Per esempio nelle situazioni di disagio come sovraffollamento o ritardo, aumentano l’ansia e l’irritabilità, si cerca di parlare con gli altri, si telefona, si chiedono informazioni. Fino a “sfogarsi” sul personale del treno».

 

Quest’ultima affermazione fa sembrare i pendolari un branco di selvaggi pronti ad aggredire un qualsiasi capro espiatorio, come il personale viaggiante. Ma se tale personale assolvesse il suo compito di informare i viaggiatori circa le motivazioni e le ‘dimensioni’ del ritardo, non credo che sarebbero in molti a sfogarsi.

 

Un po’ diverso il comportamento che si ha nelle cuccette […]

 

E questo l’ho tagliato perché generalmente non si pendola in cuccetta.

 

«Sui treni ad alta velocità, considerato il tipo di utenza e il fatto che spesso si prendono per viaggi di lavoro, è più facile invece che i viaggiatori restino isolati. Possono sfruttare al meglio il tempo del tragitto» spiega Amore.

 

A me pare che il tempo del tragitto venga sfruttato maggiormente dai viaggiatori abituali piuttosto che da quelli occasionali, che si riilassano e godono del paesaggio.

 

Ancora diverso è l’ambiente sui treni dei pendolari. Qui si formano veri gruppi di amici, tra persone che si conoscono salendo ogni giorno sullo stesso vagone. Tanto che sono nate molte associazioni.

 

E l'associazione Genova-Milano è su: http://it.geocities.com/pendolarigenovamilano/index.html.

 

«Noi ci incontriamo tutti i giorni sul Bergamo-Milano delle 7,27, nel penultimo vagone» dice Remo Cerotti del Comitato Pendolari Bergamaschi. «Sul treno facciamo anche feste, per compleanni e altro. Portiamo brioches, gelato, caffè nel thermos… E coinvolgiamo altri passeggeri». Fare amicizia è facile, conferma Franco Trepidi, dell’Associazione Pendolari di Piacenza: «Si incontrano sempre le stesse persone: prima o poi ci si parla. C’è chi chiacchiera di calcio e chi si porta i tappi per dormire. Ogni tanto si formano gruppi che si organizzano per giocare a carte durante il viaggio. E ci si vede anche “fuori” dal vagone. O nascono coppie: prendere il treno insieme tutti i giorni è un’occasione per conoscersi. E poi si solidarizza quando ci sono ritardi, problemi, disservizi». Naturalmente le associazioni sono anche “valvole di sfogo”: «Noi organizziamo un concorso sul nostro sito www.quellideltreno.com: premiamo la “migliore” disavventura ferroviaria e il migliore racconto di “letteratura ferroviaria”» dice Remo Cerotti. «L’obiettivo è comunque agire insieme per risolvere i disservizi e scambiarsi informazioni».

 

Peccato che quel sito non venga aggiornato dallo scorso dicembre…

posted by sssssilvia | 22:25 | permalink | commenti (2)

giovedì, aprile 08, 2004

Locale delle 21.00, scelgo l’ultimo vagone perché so che da lì, nella mia stazioncina di periferia, scenderò esattamente davanti al sottopassaggio. Su quel locale qualcuno si toglie abitualmente le scarpe, perché salendo sento ogni volta un fortissimo odore di formaggio di piedi. Vado a destra o a sinistra? Dove la puzza sarà più rarefatta? Opto per la sinistra, ed è una saggia scelta, le mie narici colgono solo il solito tanfo di treno. I primi quattro posti sono occupati da un uomo, dalle sue gambe, dalle sue borse e dalla sua giacca. Altri quattro sono occupati da tre ragazze in tiro per la serata. I restanti posti sono vuoti. Mi siedo dietro alle ragazze, sperando che siano loquaci e sperando di poter carpire dai loro discorsi belle storie, aneddoti, aspettative e sdrammatizzazioni in cui identificare me e le mie amiche.

 

Ridono molto, e sono loquaci come auspicavo. Ma parlano una lingua che non è italiano e neppure facilmente distinguibile, non la capisco; un idioma slavo, inizio a supporre. Ridono, strillano e fumano, anche se su quel locale sarebbe vietato. A volte chi fuma su treni in cui è vietato sa bene di fare qualcosachenonsipuò, ma non ha alcuna preoccupazione, è protetto dalla strafottenza del non aver nulla da perdere.

 

Si sono messe comode, hanno appeso agli appositi ganci i giubbottini nuovi, accavallato le gambe e acceso una, due, tre sigarette. Ricevono telefonate e messaggi, ma non capisco una sola parola di quello che le fa sorridere. I tre giubbottini sono rosa con l’interno bianco, e bianco con le imputure rosa, e rosso ciliegia; perfettamente intonati ai pantaloni bianchi e alla mogliettina rosa, ai pantaloni rosa e all’incrociatino rosa, ai pantaloni neri e alla maglia nera maculata in rosso. Credo abbiano fatto shopping di recente, il bianco e il rosa sono i colori che la moda impone alle donne per questa primavera, freschi e pastellosi e di caramella alla fragola.

 

La ragazza nera e rossa avvicina troppo la sua sigaretta ai pantaloni rosa della sua amica, che si alza di scatto e li strofina strillando con voce tra il lamentoso e l’incazzato: nell’alzarsi ho notato che i suoi pantaloncini hanno un passante rotto, forse non sono nuovissimi, molto più probabilmente comperati da poco ma di infima qualità. Si risiede e il lamento slavo termina, non credo che la sigaretta abbia forato il tessuto, la conversazione riprende i toni di prima.

 

Ad alzarsi è ora la ragazza con i pantaloni bianchi, lei indossa anche una cintura metallica nei passanti integri. Prende qualcosa dalla borsa che aveva riposto sul ripiano di sbarre sopra ai sedili e le vedo il viso, circondato da capelli dal taglio e dalla piega perfetti ma diverso da come lo avevo fino a quel momento immaginato: è più vecchio, è adulto, non è tanto teen quanto i vestiti, né quanto la voce. Si risiede, e smessaggia atteggiandosi con una Marlboro ancora lunga tra le dita. Ora che il suo viso è nuovamente fuori dalla mia visuale, la ragazza è tornata adolescente.

 

Si alza adesso quella vestita in rosso e nero, e passeggia nello stretto corridoio tra i sedili blu, parlando al cellulare che squillando ha avuto il potere di illuminarle il volto. Lei è meno curata rispetto alle altre due, spettinata e con un trucco mal steso, ha anche un’abbondande pancetta straripante dagli attillatissimi pantaloni. Cambia vagone nel suo camminare, poi torna indietro e mi oltrepassa parlando, mi distraggo e dopo poco la rivedo seduta al suo posto, da dove la sento esultare nella sua lingua spigolosa circondata dalle amiche che hanno sporto il busto verso di lei in uno slancio di domande impazienti e di condivisa felicità. Quella con i pantaloni bianchi inframmezza le sue domande a espressioni italiane, quasi riportasse parole altrui che ora non ricordo. Brillano gli occhi alla ragazza che ha telefonato, ed ora è più splendente delle altre due confettose perfettine.

 

Devo scendere, mi alzo, sollevo le mie borse e allungo nonchalante il collo per carpire ancora qualcosa di loro, ma resto come dopo uno spezzone di un film in lingua originale di cui nessuno mi ha riassunto la trama.

posted by sssssilvia | 16:32 | permalink | commenti (2)

mercoledì, aprile 07, 2004

Nuova visita a NOW UNDERGROUND.

Il pannello con il titolo della mostra è diventato 'interattivo', è sommerso da adesivi e tag di artisti e visitatori.

La vernice spray è colata lungo tutta la tappezzeria damascata, però non sporca più le dita.

Le uniche due foto esplicite e piccanti sono state rimosse. Da maniaci o buontemponi, suppongo.

Il colore si è staccato dall'alluminio in più punti.

La colla degli adesivi inizia a cedere.

L'effetto 'strada vissuta' è ora meno latente, ma sempre innaturale.

Senza la bella fauna presente all'inaugurazione della mostra Stazione Centrale in versione 'spazioespositivo' non regge, è solo una stazione.

E io stavo andando a prendere il treno.

posted by sssssilvia | 22:30 | permalink | commenti (1)

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un blog per condividere i problemi (e le corrispondenti soluzioni)di una vita in continuo movimento. Poesia o necessità?Esigenza o scelta?Rammarico o orgoglio?

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