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venerdì, aprile 09, 2004
Alice from Voghera mi ha segnalato, portato e concesso di fotocopiare un articolo del “Focus” dello scorso gennaio intitolato “TIPI DA TRENO”. I pendolari sono diventati oggetto di studi sul comportamento, qualcuno li ha analizzati, li ha spiati da vicino…
Riporto qui l’articolo, in neretto, inframmezzato dai miei commentini…
C’è chi dorme, chi ne approfitta per lavorare al computer, chi racconta ai vicini la storia della sua famiglia, chi parla al telefonino, chi si corteggia, persino chi organizza feste di compleanno. Tutto viaggiando da una città all’altra. Il treno è il mezzo di trasporto dove è più facile socializzare, seduti per ore accanto ad altre persone. Dove nascono amicizie tra i viaggiatori. Dove si passa il tempo facendo le cose più diverse: leggere il giornale, mangiare, giocare a carte…
Lo sanno bene i molti italiani, 1,3 milioni al giorno, che viaggiano sui treni regionali e interregionali. E i 70 milioni di viaggiatori all’anno che salgono su treni a media e lunga percorrenza. Proprio sul “popolo del treno” il regista Nanni Loy costruì nel 1977 la trasmissione “Viaggio in seconda classe”, entrata nella storia della tv. In un vagone attrezzato con telecamere e microfoni nascosti, con diversi travestimenti (ex galeotto, sacerdote…), Loy coinvolgeva i viaggiatori, raccogliendone conversazioni e confidenze.
Programma interessante, in effetti. Un po’ candid camera, un po’ reality sciò, quasi lo si potremmo rispolverare e reinserire negli odierni tediosi palinsesti…
Fare conoscenza, chiacchierare, partecipare ai discorsi sono infatti alcuni dei tipici “comportamenti da vagone”: una mini-comunità in uno spazio ristretto, dove si entra comunque in relazione con gli altri. Già al momento della scelta del posto (quando è possibile) facciamo una istantanea “scansione” degli scompartimenti e delle persone. Valutiamo con uno sguardo i possibili compagni di viaggio.
La mia scansione sugli intercity a scomparti è basata su di una sofisticatissima tecnica. Poiché mi sembrerebbe poco carino indugiare su ogni porta per valutare i passeggeri già seduti e poi allontanarmi con una smorfia di disgusto sulle labbra nel caso non fossero di mio gradimento, cammino lentamente nel corridoio: la prima occhiata va alle persone sedute che posso vedere in volto, la seconda va allo specchio sulle loro teste in cui si riflettono i visi dei viaggiatori che potrei scorgere soltanto girandomi. Acuta, Trenitalia, ad aver inserito quegli specchi!
«Consideriamo l’aspetto fisico e il modo di vestire: abbiamo la necessità di valutare, in un attimo, gli sconosciuti con cui dobbiamo stare in uno spazio ristretto. Con le persone di aspetto “gradevole” l’interazione è più facile» spiega Marco Pacori, psicologo esperto di comunicazione non verbale. Gli psicologi inglesi Houston e Bull hanno studiato questo giudizio istantaneo, basato sull’aspetto fisico: hanno mandato sui treni la stessa persona, con finte voglie o cicatrici in viso o con il suo aspetto normale, e hanno esaminato la frequenza con cui i posti accanto venivano occupati: Quando la persona presentava difetti fisici, i sedili vicini restano vuoti più spesso.
La gradevolezza dell’aspetto fisico mi pare un dato molto soggettivo, e forse non è uno dei parametri a cui ricorro nella scelta dello scomparto. Seleziono in base all’età, piuttosto; evito uomini e donne ostentatamente in carriera; fuggo da chi tiene i piedi scalzi sul sedile; da chi mangia perché mi pare di metterlo in imbarazzo; scelgo chi legge e ascolta musica; chi non parla al cellulare; prediligo le facce nuove. La presenza di voglie o cicatrici non mi ha mai turbata.
Naturalmente anche lo spazio conta. «Quando si sale su una carrozza a scompartimenti, si ignora il primo: viene vissuto come troppo esposto. Si cerca una nicchia protetta in un ambiente nuovo» spiega Pacori. «Si trascurano anche i posti agli estremi della carrozza unica».
Caro Signor Pacori, lei sbaglia! La sottoscritta adora i primi scompartimenti di ogni carrozza, e per ben due ottime ragioni:
- sono vicinissime alle porte, e consento una rapida discesa in caso di addormentamento e/o rischio di perdita imminente coincidenza;
- da lì è più semplice cambiare carrozza in caso di coabitanti fastidiosi.
La ricerca del posto inizia con una valutazione rapidissima di vagoni e scompartimenti, per decidere se entrare o no. «La tendenza è cercare un posto il più possibile isolato, l’ideale è uno scompartimento vuoto» spiega Franco Amore, psicologo della Direzione Sanità di RFI (la società dell’infrastruttura del gruppo Ferrovie dello Stato). «In un ambiente non familiare, si preferisce mantenere la distanza dagli altri». Altri fattori vengono valutati in un istante, anche se non a livello cosciente. «Per esempio, se qualcuno dei viaggiatori già nello scompartimento è in piedi “occupa” lo spazio. Ci si sente maggiormente a proprio agio entrando dove tutti sono seduti» dice Pacori.
Condivido l’osservazione sulla preferenza per il posto isolato. Ma non posso fare a meno di chiedermi: a che cavolo serve uno psicologo a RFI?? Giustificabile è la presenza di esperti del comportamento all’interno di aziende ‘vere’, aziende che lottino su di un impervio terreno concorrenziale… Ma a Trenitalia cosa serve? È come il “Grazie per la preferenza accordata”, una inutile presa in giro, perché se anche questo psicologo sapesse cosa ai viaggiatori garba e che cosa li disturba non credo potrebbe influenzare più di tanto le decisioni e gli arredi e le strutture della squattrinata Trenitalia, la quale credo se ne strasbatterebbe pure in quanto detentrice di un monopolio.
Per quanto riguarda invece la percezione dei viaggiatori in piedi come ‘barriera’, Mister Amore tira in ballo la psiche senza rendersi conto che la motivazione che spinge me (e forse anche altri) ad evitar gli scomparti in cui ci sono persone che sistemano i bagagli in piedi è ben più pragmatica: se salgo seguita dalla folla, e indosso uno zainone, e la folla è sgomitante e avida di un posto, e lo spazio interno allo scomparto è occupato, e io per quel posto dovrei attendere sulla soglia… RINUNCIO perchè la folla scontrerebbe e insulterebbe il mio zaino, mi sentirei strattonata e braccata tra le porte dello scomparto, chi lì dentro è in piedi e la folla.
«Ma anche le persone che occupano i posti verso il corridoio sono percepite come una barriera: ci si sente più autorizzati a entrare dove non si deve “superare” nessuno. E ci sentiamo meno a disagio, entrando, se le persone non ci stanno guardando». “Frena” anche vedere borse messe da qualche passeggero sul sedile accanto al suo: bisogna comunque chiedere se il posto è occupato.
Tempo addietro lessi l’incipit di un romanzetto che suonava più o meno così:
Io sono una di quelle stronze che quando il treno è pieno occupa con la borsa il sedile accanto al suo, così chi vuole sedersi deve chiedermi il permesso.
E io sono una di quelle stronze che se vede che stai occupando un sedile con una borsettina 10x10, o con un libercolo, o con un giornaletto, ti chiede con sorriso zen “Scusami, è libero?”. E ti faccio spostare la borsetta.
Prendendo posto, si mette immediatamente qualcosa sul sedile: la giacca, una borsa. «È un modo per prendere possesso del territorio» dice Marco Pacori.
Supponiamo sia il 15 dicembre, faccia freddo e piova. Supponiamo io sia appena salita sul treno, e abbia zaino, cappotto, sciarpa, ombrello, guanti. Signor Pacori, dove crederebbe che appoggerei quella roba prima di prendere posto? Sul sedile, esatto, ma non per marcare il mio territorio. Perccchècccavolo bisogna fare i Freud a tutti i costi??
Il sedile diventa il proprio spazio personale. Tanto che il segno della presenza precedente di altri ci infastidisce. L’antropologo americano Edwad Hall, padre della prossemica (lo studio dell’uso che l’uomo fa dello spazio, stabilendo le distanze tra sé e gli altri), ha esaminato proprio il senso di disagio provato nel sedersi su un sedile caldo perché appena lasciato da un’altra persona. «Il calore residuo viene vissuto come una sorta di contaminazione, al punto che ci si può anche alzare per cambiare posto» spiega Pacori.
Non che io sia immune dalle paranoie, anzi, dispongo di una discreta quantità di fisime e fissazioni. Ma il disagio per il sedile tiepido di calor di chiappe altrui su di un mezzo pubblico penso non l’abbia provato neanche Woody Allen…
Nel tentativo di delimitare il proprio spazio c’è chi mette “barriere” sul sedile, tra sé e gli altri, per sentirsi al riparo: anche solo la bottiglia d’acqua o la borsa. E c’è chi addirittura esprime il desiderio di non volere intrusi chiudendo la porta.
Ecco lo scomparto che ancora non ho violato: quello con porta chiusa e tendina tirata. La prospettiva di sorprendervi una coppietta pomiciante inibisce pure la mia disperazione di fronte al sovraffollamento.
Quando si è tranquillamente seduti comincia al “vita da treno”. «Dopo la partenza ci si rilassa» spiega Franco Amore. «Prima infatti si è in uno stato d’allerta perché bisogna salire, trovare posto, sistemarsi Anche entrando nello scompartimento si dà un saluto frettoloso o non si saluta nemmeno: si è ancora in uno stato di imbarazzo di fronte a persone sconosciute».
A proposito di saluti…
A TUTTI I VIAGGIATORI: quando alle 8.05 del mattino io m’accorgo d’esser in prossimità di Rogoredo, mi sistemo la mollettina tra i capelli, mi infilo la giacca, estraggo l’abbonamento della metro, metto lo zaino in spalla, esco dallo scomparto e educatamente vi auguro una buona giornata… POTRESTE CORTESEMENTE BOFONCHIARMI UN “CIAO” A DENTI STRETTI VISTO CHE AVETE SQUADRATO CON SGUARDO INDISCRETO OGNI ISTANTE DELLA MIA VESTIZIONE?? Grazie.
Poi subentra il relax. Ci si prepara a trascorrere il tempo del viaggio. E si è pronti a fare conoscenza degli altri. Il primo segnale di disponibilità è lo scambio degli sguardi: dopo che ci si è esaminati a vicenda, scatta l’interazione. Chi ha voglia di attaccare discorso infatti si guarda attorno, è disponibile a socializzare. Chi non vuole contatti, invece, non incrocia lo sguardo degli altri: i suoi occhi si spostano senza soffermarsi sulle persone.
Questa dello sguardo è una gran balla: io sposto gli occhi senza soffermarmi sulle persone soltanto per non metterle in imbarazzo, e ciò non significa che io non sia ben disposta alla socializzazione!
Anche il tipo di vagone può essere influente. «Nello scompartimento, che è uno spazio raccolto, si interagisce più facilmente: si è parte di un piccolo gruppo. E si comincia a chiacchierare» dice Pacori. «I vagoni aperti invece sono spazi grandi, in cui si è parte di una folla: in questi casi scatta un comportamento di difesa, e si tende a ignorare gli altri».
Mah… Forse…
In treno, come conseguenza degli spazi limitati e del tempo da trascorrere, viene spontaneo “attaccare discorso” con sconosciuti. «Avere l’occasione di parlare con qualcuno può servire a condividere preoccupazioni legate al viaggio, o anche personali» dice Amore. «Il comportamento normale è passare da un’attività all’altra: si legge il giornale, si scambiano due parole, si guarda fuori…».
Uh, questo sì! Io sono particolarmente insofferente, cambio millemila attività in un’ora e mezza di viaggio…
Ci sono poi, tra i “tipi da treno”, alcuni casi particolari. «Come i “narratori”: sono capaci di raccontare insistentemente nei particolari la loro vita familiare, sentimentale o lavorativa. Sono persone che si trovano in situazioni emotivamente coinvolgenti: hanno bisogno di parlare e cercano inconsapevolmente l’approvazione degli altri», spiega Amore.
Se fossi nei narratori, io avrei un po’ paura. Esistono infatti attenti ascoltatori che captano e raccolgono e accidentalmente memorizzano tutti i dettagli di quanto di più privato viene narrato. Lo sapete, narratori, che con tutto quello che so di voi potrei persino ricattarvi? Hihihihi…
Al contrario dei “riservati”: «Si focalizzano sulla lettura, o sul guardare fuori dal finestrino. Il non volere interagire con gli altri può evidenziare, in modo inconsapevole, una rappresentazione negativa del prossimo, con cui non vogliono avere rapporti».
Altra balla. Anch’io frequentemente leggo, poi riposo lo sguardo allungandolo oltre il vetro del finestrino. Ma ciò non significa sia misantropa in misura superiore alla media.
E non mancano gli “invadenti”: «Parlano al telefonino a voce alta, allungano le gambe, piazzano zaini e borse incuranti di tutto: occupano insomma lo spazio altrui, anche acustico. È una sorta di sfida, per affermare la propria identità» chiarisce Amore.
Proprio l’uso del telefonino è una nuova fonte di disturbo sui treni, tanto che i viaggiatori vengono invitati a tenere la suoneria al minimo e a usare il cellulare senza tormentare i vicini. Ma il telefonino fa anche diminuire le chiacchierate da treno. «La necessità di interagire coi vicini di posto si riduce, perché chi ha voglia di parlare con qualcuno può chiamare una persona che conosce» afferma Pacori.
Mi soffermerei sull’invasione acustica: i conversatori telefonici sono una divertentissima fonte di fatti degli altri. Qualche mese fa un tizio (alto, incravattato, rasato e con gli occhiali dalla montatura di plastica trasparente) ha iniziato una telefonata appena salito, a Milano. L’interlocutrice era una genovese fanciulla conosciuta in una chat, che il tizio tentava di sedurre sfoderando il suo più rassicurante e sexy tono di voce. Purtroppo tale tono era anche il più alto, e esasperata dal tacchinamento telefonico a cui tutto il vagone aperto stava, suo malgrado, assistendo, una ragazza bionda seduta vicino a me s’è alzata di scatto nei pressi di Novi, ed è tornata trascinando con sé il capotreno che ha gentilmente chiesto al Casanova interattivo di abbassare la voce. Sono poi sopraggiunte provvidenziali gallerie ad interrompere definitivamente il corteggiamento.
E naturalmente in treno si passa il tempo in molti modi: c’è chi legge libri e giornali, chi gioca a carte con gli amici, chi fa picnic viaggianti tirando fuori panini e bibite, chi lavora o gioca al computer, chi dorme… «Il comportamento di ognuno dipende dalla personalità, ma anche dalle motivazioni del viaggio e dall’ambiente» chiarisce Amore. «Per esempio nelle situazioni di disagio come sovraffollamento o ritardo, aumentano l’ansia e l’irritabilità, si cerca di parlare con gli altri, si telefona, si chiedono informazioni. Fino a “sfogarsi” sul personale del treno».
Quest’ultima affermazione fa sembrare i pendolari un branco di selvaggi pronti ad aggredire un qualsiasi capro espiatorio, come il personale viaggiante. Ma se tale personale assolvesse il suo compito di informare i viaggiatori circa le motivazioni e le ‘dimensioni’ del ritardo, non credo che sarebbero in molti a sfogarsi.
Un po’ diverso il comportamento che si ha nelle cuccette […]
E questo l’ho tagliato perché generalmente non si pendola in cuccetta.
«Sui treni ad alta velocità, considerato il tipo di utenza e il fatto che spesso si prendono per viaggi di lavoro, è più facile invece che i viaggiatori restino isolati. Possono sfruttare al meglio il tempo del tragitto» spiega Amore.
A me pare che il tempo del tragitto venga sfruttato maggiormente dai viaggiatori abituali piuttosto che da quelli occasionali, che si riilassano e godono del paesaggio.
Ancora diverso è l’ambiente sui treni dei pendolari. Qui si formano veri gruppi di amici, tra persone che si conoscono salendo ogni giorno sullo stesso vagone. Tanto che sono nate molte associazioni.
E l'associazione Genova-Milano è su: http://it.geocities.com/pendolarigenovamilano/index.html.
«Noi ci incontriamo tutti i giorni sul Bergamo-Milano delle 7,27, nel penultimo vagone» dice Remo Cerotti del Comitato Pendolari Bergamaschi. «Sul treno facciamo anche feste, per compleanni e altro. Portiamo brioches, gelato, caffè nel thermos… E coinvolgiamo altri passeggeri». Fare amicizia è facile, conferma Franco Trepidi, dell’Associazione Pendolari di Piacenza: «Si incontrano sempre le stesse persone: prima o poi ci si parla. C’è chi chiacchiera di calcio e chi si porta i tappi per dormire. Ogni tanto si formano gruppi che si organizzano per giocare a carte durante il viaggio. E ci si vede anche “fuori” dal vagone. O nascono coppie: prendere il treno insieme tutti i giorni è un’occasione per conoscersi. E poi si solidarizza quando ci sono ritardi, problemi, disservizi». Naturalmente le associazioni sono anche “valvole di sfogo”: «Noi organizziamo un concorso sul nostro sito www.quellideltreno.com: premiamo la “migliore” disavventura ferroviaria e il migliore racconto di “letteratura ferroviaria”» dice Remo Cerotti. «L’obiettivo è comunque agire insieme per risolvere i disservizi e scambiarsi informazioni».
Peccato che quel sito non venga aggiornato dallo scorso dicembre…
posted by
sssssilvia
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